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Sostenibilità e profitto possono andare d'accordo?

Aziende che rimangono ferme per timore di affrontare un cambiamento necessario e aziende che sovrainvestono per l’ansia di dover essere prime. Ne parliamo con il prof. Siegfried Alberton.

Alberton

Siegfried Alberton
Economista, è Responsabile Regionale del Dipartimento della Formazione Continua presso l’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale (IUFFP). È stato per un ventennio professore di Economia e gestione dell’innovazione alla SUPSI, dirigendo anche un proprio centro di competenze dedicato ai temi dell’innovazione e dell’imprenditorialità. Tra i temi su cui si focalizzano i suoi interessi dal punto di vista dell’insegnamento e della ricerca applicata figurano anche l’economia e lo sviluppo regionale, la digitalizzazione, la società circolare e la longevità attiva.

siegfried.alberton@iuffp.swiss, www.iuffp.swiss


Cambiare per forza, cambiare chiudendo gli occhi e tirando alla cieca, cambiare per cambiare: tutto pur di trovare nuove idee e nuovi spazi di manovra. Corretto? Neanche per sogno. Viviamo in una società in cui se stai fermo nelle tue posizioni rischi di essere sorpassato da chi si è mosso prima. Ma anche chi fa il primo passo senza avere davvero chiara l’origine, la natura, la dimensione e la direzione del cambiamento da intraprendere o che sta intraprendendo rischia. E rischia molto.

“Non si cambia perché tutti dicono che il cambiamento e l’innovazione sono buona cosa” è un mantra che ogni imprenditore dovrebbe ripetersi ogni volta che una nuova tecnologia, un nuovo servizio o un nuovo approccio al business si affacciano sul mercato. Si cambia perché da qualche parte c’è un bisogno o un problema che con gli approcci, i modelli, gli strumenti, l’organizzazione, i prodotti, i servizi e le tecnologie del momento non si è più in grado di soddisfare o di risolvere.

“Ci sono aziende che a metà degli anni ‘90 si sono buttate a capofitto nel mondo dell’ICT (Information and Communications Technology), perchè così facevano tutti o perché tutti dicevano che andasse fatto, spesso sovrastimando il loro bisogno e investendo tantissimo in termini di risorse economiche e di energia. Il risultato? Molte di queste aziende stanno ancora ammortizzando le ultime fasi del processo di informatizzazione e rischiano di essere in ritardo nel varcare la nuova frontiera tecnologica della digitalizzazione. A spiegarcelo è il prof. Siegfried Alberton, Responsabile regionale del Dipartimento di Formazione Continua all’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale (IUFFP), appassionato, studioso e molto attivo da anni nei campi dell'Innovazione e dell'imprenditorialità.

 

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Professor Alberton si dice spesso che il problema delle imprese stia nel coraggio di abbracciare il cambiamento. Come fare per capire quando è il momento di prendersi dei rischi?

Capire quando sperimentare nuove strade è la dote più importante per un imprenditore. Occorre intelligenza, sensibilità, creatività, competenza, coraggio ma anche molta razionalità: chi riesce ad essere aperto alle novità, curioso e attento alle tendenze, mantenendo sempre la lucidità ha buone possibilità di cogliere al meglio le opportunità che il cambiamento può portare con sé. Ho conosciuto e conosco molte aziende che ancora abbracciano l’antico modello di organizzazione aziendale, che prevede una scissione di ruoli abbastanza netta tra l’imprenditore che fa strategia, esplora e investe e il manager che amministra. Questo approccio è destinato a lasciare sempre più spazio a un nuovo modo di intendere i ruoli in cui il manager non è più un mero esecutore ma diventa sempre più intraprenditore, anche nel caso di aziende e filiali che riportano a sedi centrali che stanno altrove.

Oggi più che mai al concetto di innovazione viene affiancato quello di velocità. È giusto?

È innegabile che oggi, più che in precedenti transizioni tecnologiche, la velocità di adozione, uso e diffusione delle tecnologie sia elevata. Ciò non significa che la velocità di innovazione che ne può derivare a livello di prodotti e di servizi sia altrettanto elevata. Questa velocità dipende da molti fattori interni ed esterni alle aziende. A volte è necessario scardinare il proprio modello di business, altre è sufficiente modificarlo o ri-configurarlo. Personalmente sono più propenso ad un approccio più graduale.

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Quindi lei crede alla teoria secondo cui il sistema si adatta continuamente alle mutevoli condizioni di mercato.

Ammetto di essere più legato alle teorie evolutive che non al modello neoclassico. Secondo queste teorie i cambiamenti sono costanti e vanno gestiti gradualmente, in modo strategico e soprattutto sistemico, a volte, con il supporto di misure di Policy incentivanti. L’approccio sistemico nella gestione del cambiamento è fondamentale. Spesso accade che, per un motivo o per un altro, sotto la pressione dell’urgenza, ci si concentri in modo particolare “solo” sul problema aziendale che sembra in quel momento più importante e spesso legato a un’attività o a una funzione aziendale, trascurando di considerare le connessioni di quel problema con tutte le altre attività e funzioni dell’azienda. Capita così che la soluzione a un problema specifico ne generi una serie in altri ambiti, a volte anche più gravi.

In che modo possiamo legare questo approccio a quello che sembra diventare - o in parte già essere - il nuovo paradigma socio economico, segnatamente quello dell’economia circolare?

Il concetto di economia circolare, le cui origini risalgono agli anni sessanta, descrive la capacità del sistema economico di autorigenerarsi, garantendo la sua ecosostenibilità grazie a una gestione efficace e efficiente delle risorse lungo tutto il loro ciclo di vita e all’estensione della durata di vita dei prodotti, riducendo al massimo gli scarti. Sarebbe però scorretto, a mio parere, confinare questo nuovo paradigma alla sola sfera economica. Oggi, in ragione anche della diffusione delle tecnologie digitali ci troviamo confrontati con cambiamenti paradigmatici che toccano anche la sfera sociale. Per dirla con Bonomi e colleghi, siamo entrati nell’era della società circolare (Bonomi, A, et al. 2016. La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy.DeriveApprodi).

Un cambiamento costante che mette al centro l’Uomo, con le sue attività e i suoi desideri e non lo rende spettatore passivo degli eventi.

Proviamo ad analizzare brevemente quello che è successo negli ultimi anni. La tecnologia, soprattutto quella digitale, dei Social Network, delle piattaforme di Instant Messaging, delle Community, ha messo in contatto persone che non avrebbero mai potuto comunicare altrimenti. Da questi incontri sono nati dei veri e propri movimenti che hanno impattato direttamente l’economia e la società. La richiesta di una maggiore sostenibilità ambientale e sociale è nata dal basso ed è cresciuta fino ad arrivare all’Impresa, che l’ha accolta: basta guardare quante Benefit Corporations nascono ogni anno e quante società ottengono la certificazione B Corp. Questo passaggio non sarebbe mai stato possibile senza lo sviluppo della tecnologia, che a sua volta si è evoluta per soddisfare i bisogni dell’Uomo in modo sempre più puntuale.

 

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Dunque le aziende sono portate ad assecondare i bisogni che arrivano dal mercato per una questione di… Marketing?

No, o meglio, non solo. Ci sono imprese che aderiscono a questi valori per godere dei vantaggi “indiretti” in termini di pubblicità; ci sono invece imprenditori che non esauriscono il proprio ruolo nella ricerca di un profitto fine a se stesso ma si spingono oltre, cercando di essere responsabili nei confronti della società e dell’ambiente. È il concetto di responsabilità sociale d'impresa, che si sta diffondendo sempre più: le aziende hanno compreso già da tempo che i principi dell’economia circolare permettono di innovare i processi produttivi rendendoli più efficaci, efficienti e - quindi - più performanti.

Quindi si possono aumentare i profitti curando allo stesso tempo la salute del nostro Pianeta?

Prendiamo i settori dell’Automotive o dell’aeronautica. Fare economia circolare per questi settori vuol dire studiare nel dettaglio quali materie prime scegliere e utilizzare, quali componenti creare, come ripararle una volta guaste e come smaltirle. E tutto questo prima ancora di azionare i macchinari necessari a produrre automobili e aviogetti. A cosa porta questa nuova operatività? A ridurre al minimo gli scarti industriali, che fanno male al Pianeta ma anche alle casse aziendali quando arriva il momento di smaltirli.

E la tecnologia?

Ha permesso l’ultimo passo, quello decisivo, verso un’industria più ecosostenibile: non è più necessario prendere aerei per andare a riunioni da un capo all’altro del mondo: si può fare una Conference Call su Skype; non è più necessario produrre prototipi su prototipi per trovare la quadra: si possono disegnare al computer, vederli con la realtà aumentata e produrli con la propria stampante 3D. In una società circolare tutto si tiene e tutto si riutilizza, spesso e volentieri in un’ottica di scambio piuttosto che di possesso delle risorse, delle tecnologie e dei prodotti.

 

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