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Il non profit e lo scopo del lavoro

Dopo un’esperienza di lavoro in Spagna, Juan Pablo Fernandez è rientrato in ESMO per offrire il proprio contributo quotidiano contro la malattia più difficile da combattere. In questa intervista ci racconta i suoi obiettivi per il futuro e le sfide che l’organizzazione affronta

JP

Juan Pablo Fernandez
40 anni, nato in Cile da genitori itallani, Juan Pablo Fernandez ricopre il ruolo di Brand Manager in ESMO – European Society for Medical Oncology.


Che differenza c’è tra lavorare in un’azienda profit oriented e in una non profit? Lo abbiamo chiesto a Juan Pablo Fernandez, Brand Manager di ESMO – European Society for Medical Oncology – che è rientrato nell’associazione con sede a Lugano dopo un’esperienza da Direttore commerciale in Spagna. 40 anni, nato in Cile da genitori italiani, Juan Pablo è da poco tornato al ruolo che ha ricoperto per nove anni: una figura che comprende a pieno i prodotti dell’azienda e sviluppa azioni di Marketing interne ed esterne.

Juan Pablo, vuoi raccontarci la tua esperienza spagnola?

A fine 2018, dopo quasi un decennio in ESMO, sono passato a un’azienda Profit Oriented a Madrid: una Start-up tecnologica sulla strada per diventare una Medium-Size Company. Come Direttore commerciale, facevo parte del dipartimento più “aggressivo” e orientato al risultato. Quando ci si occupa di vendite, la dimensione umana rischia di passare in secondo piano: c’è la tentazione di vedere i collaboratori solo come delle risorse utili a raggiungere l’obiettivo: attraverso dei KPI giornalieri, settimanali e mensili riuscivamo a misurare le prestazioni di ogni collaboratore. Quando arrivavano i risultati sperati, mi impegnavo a premiare le persone per mantenerle motivate e aiutarle a trovare subito nuovo entusiasmo, ma il giorno dopo si ricominciava da capo...

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Quali erano i tuoi dubbi?

Penso che tutti noi, arrivati a un certo punto, ci chiediamo quale sia lo scopo del nostro lavoro; dopo nove anni in ESMO forse avevo dato per scontato quanto importante fosse per me impegnarmi in un’attività che potesse in qualche modo contribuire a una causa così determinante. Quindi, durante la mia esperienza a Madrid, mi sono guardato indietro e ho notato la netta differenza rispetto al mio impegno passato e alle sfide che affronta ogni giorno un’azienda come questa. Avere avuto la possibilità di tornare in ESMO mi ha dato grande slancio ed entusiasmo. Ho riprovato sensazioni che mi mancavano: il desiderio di offrire il mio contributo quotidiano e la mia esperienza per combattere la malattia peggiore del mondo; la voglia di supportare la comunità scientifica per permettere ai pazienti di ricevere le migliori cure per la loro patologia. Oggi do un senso a ogni mia giornata lavorativa, ho ritrovato uno scopo che mi dà la carica ogni mattina.

Puoi spiegarci meglio quali sono gli obiettivi di ESMO?

L’obiettivo finale di ESMO è il benessere dei pazienti affetti da tumore. ESMO è un’associazione professionale, pertanto questo obiettivo viene raggiunto attraverso il supporto agli oncologi, con l’impegno di rendere i progressi scientifici accessibili a tutta la comunità oncologica. Come lo facciamo? Attraverso una vasta gamma di attività e risorse educazionali e scientifiche, tra cui spicca il congresso oncologico più importante in Europa: l’ESMO Congress, che ogni anno raduna 30mila partecipanti da 150 Paesi.

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Com’è organizzata la vostra offerta di servizi?

L’offerta di servizi di ESMO si è evoluta considerevolmente nell’ultimo decennio, al passo con il progresso scientifico in campo oncologico e con una conseguente crescita dell’associazione, passata da 35 a oltre 100 collaboratori. È un mondo complesso e variegato: tra eventi, corsi, pubblicazioni, linee guida, Position Paper e molto altro, ESMO offre un ampio ventaglio di prodotti e servizi (circa 80), e comunicare questa ricchezza in modo efficace non è una passeggiata. Per farlo, è stata ridefinita la Brand Architecture, individuando alcune aree principali in base ai bisogni del nostro pubblico e puntando sui due valori chiave che cerco di applicare ogni giorno al mio lavoro: la capacità di astrazione, cioè ragionare dal punto di vista del pubblico – in primo luogo gli oncologi – e non da quello dell’associazione. E poi la creatività, che non deve mai mancare per dare valore a ogni intervento.

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Come si riesce a gestire la complessità di un’offerta così ricca e a raggiungere in modo chiaro i soci?

I medici sono un pubblico impegnativo: sono molto occupati, hanno poco tempo per informarsi, leggere la posta, staccare dall’operatività. È fondamentale quindi rivolgersi a loro in modo coerente ed efficace. Se in passato ognuno dei nostri “prodotti” aveva un’immagine differente, insieme ad Ander Group abbiamo unificato la comunicazione del nostro Brand, creando una grafica che rendesse immediatamente riconoscibili tutti i supporti e le comunicazioni realizzati da ESMO. Dopo aver implementato un Rebranding a livello istituzionale, lo abbiamo declinato e abbiamo definito le regole di utilizzo del Brand e degli elementi grafici nelle Branding Guidelines, che vengono fornite a tutti i Partner con i quali lavoriamo e che vengono applicate da tutti i collaboratori. Quello che abbiamo creato e che portiamo avanti non è un progetto, ma un approccio improntato alla semplicità e alla chiarezza, che garantisce il rispetto dei valori e dell’identità del Brand nel tempo. 

Quali sono, infine, i tuoi obiettivi per il futuro in ESMO?

Mi auguro che le cose in ESMO possano proseguire come stanno andando oggi. Mi reputo molto fortunato: ESMO è una famiglia, un gruppo di persone molto umane che condividono valori e prospettive. Il nostro CEO Keith McGregor ha promosso una cultura aziendale speciale che si respira ogni giorno, e che stimola ognuno di noi a dare qualcosa in più per il raggiungimento di un obiettivo comune.

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