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Dal Ticino per il Ticino

Architetto e designer dalle idee innovative e originali, Federico Rella ha deciso di vivere e crescere professionalmente in Ticino, una terra che gli ha dato tanto e verso cui prova un amore sincero. «Prendo il materiale nei nostri boschi e gli artigiani a cui mi rivolgo sono prevalentemente locali. Loro sanno come trattare il nostro legno»


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Federico Rella
Nato a Sorengo nel 1988, Federico Rella ha costruito tutta la sua carriera professionale e artistica in Ticino, studiando prima allo CSIA di Lugano, poi all'Accademia di Architettura di Mendrisio e infine lavorando presso lo studio di Architettura Guidotti a Monte Carasso. Vive a Vezio, in Alto Malcantone, dove ha anche il suo studio.


Preservare l’anima del territorio per tramandarne lo spirito nei decenni. Quella che può sembrare una presa di posizione antica e demodé è in realtà un modo per prendersi cura della tanto preziosa diversità. Diversità vuol dire non lasciarsi trascinare dalla cultura dominante, bensì accoglierla e assorbirne valori e sfumature.rella-2

Rivisitare la propria cultura in modo che ne esca arricchita e coerente. Un po’ come un ragazzo che cresce e diventa uomo manterrà i tratti caratteristici della giovinezza rendendoli più maturi e consapevoli, così l’anima del territorio dev'essere in grado di progredire, rimanendo fedele a se stessa.

Tra coloro che si impegnano a lavorare sul nostro territorio c'è Federico Rella, un giovane architetto e designer che in Ticino è nato e cresciuto, anche professionalmente, e che qui ha deciso di stabilire la propria attività. «Il nostro territorio ha molte risorse che bisogna imparare a sfruttare, riducendo al massimo gli sprechi e dando un reale valore aggiunto. Per me, che amo la natura e lavoro da una scrivania affacciata su un “muro verde”, il tema della responsabilità ambientale è fondamentale».

Probabilmente questo non è stato il primo pensiero degli abitanti malcantonesi che si sono imbattuti nelle fasi iniziali del vostro progetto di un’abitazione privata…

No di certo, anzi. Credo che inizialmente non capissero che funzione potesse avere l’edificio, per via della struttura portante in cemento della casa. Ma a progetto finito spero si siano ricreduti. Il beton è necessario per motivi strutturali, ma il nucleo centrale dell’idea è un altro. La casa è composta da una struttura portante in cemento armato e da una parte portata in legno. L’aspetto esterno dell’abitazione è quindi caratterizzato da fasce orizzontali in cui si leggono la parte strutturale in calcestruzzo e la parte soprastante in legno rivestita con tavole grezze in castagno. Queste ultime sono state rifilate secondo la “forma dell’albero”, includendo così le varie caratteristiche come nodi e crepe e limitando così lo scarto. 

Un progetto stimolante.

Un progetto reso ancora più stimolante proprio dalla natura del paesaggio in cui è stato realizzato: scosceso e organizzato in terrazzamenti. Il primo ingegnere a cui c’eravamo rivolti sosteneva che fossero necessari due pilastri oltre al sostegno previsto in testa all'abitazione. Ma per noi voleva dire stravolgere il progetto tanto da rivalutarlo, rischiando di renderlo meno coerente. Ci siamo dunque rivolti a un altro studio che ci ha proposto una soluzione che abbiamo immediatamente accettato: ridurre ulteriormente il cemento, inserendo nelle travi due cavi in acciaio, i quali, precomprimendo, avrebbero aumentato notevolmente la stabilità della struttura. Il risultato è stato quello a cui aspiravo, cioè un’abitazione che seguisse la morfologia del luogo come le case del nucleo del villaggio e che si innestasse nel paesaggio in modo rispettoso.

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Per arrivare a realizzare i tuoi lavori in questo modo immagino ci sia voluto del tempo. Quando hai capito che questo sarebbe stato il tuo mestiere e che lo avresti vissuto con tanto trasporto e passione?

Già da piccolo. Mio padre è un architetto, quindi ho vissuto immerso in questo ambiente da subito. Poi sono cresciuto e ho cercato di coltivare questa passione, prima frequentando lo CSIA (Centro Scolastico per le Industrie Artistiche), poi l’Accademia di Architettura a Mendrisio e in seguito lavorando per due anni presso lo studio di Architettura Guidotti a Monte Carasso, dove ho finalmente iniziato a mettere in pratica quanto studiato sui libri. 

E la passione per il design e l’arredamento?

È andata di pari passo. Amo raccogliere oggetti particolari ed analizzarne le caratteristiche. Mi ricordo ancora quando i miei genitori trovarono e mi regalarono una sedia “Nena” realizzata da Richard Sapper, una splendida seduta pieghevole dallo stile inconfondibile. Ancora oggi sono legato a questi oggetti di culto e proprio le emozioni che ho provato la prima volta sono quelle che spero di riportare nei complementi d’arredo e nei mobili che disegno.

Quali sono le caratteristiche principali del tuo stile?

Io credo che il mondo, come molte creazioni di designer e architetti più o meno affermati, sia già abbastanza complesso. A me piacciono molto la semplicità e le linee essenziali, eleganti. I mobili che realizzo hanno il minor numero possibile di viti e, anzi, il mio obiettivo è fare in modo che non ne abbiano affatto e che siano assemblati mediante incastri, valorizzando piuttosto l’estetica del materiale. 

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In linea con questa passione per il minimalismo è nato un progetto che ha coinvolto altre due figure, alle quali sei molto legato, che sta riscuotendo un successo che non ti aspettavi.

Il progetto si chiama Castagno18 ed è stato realizzato in collaborazione con un designer molto promettente che vive tra Lugano e Ginevra, Giulio Parini, e il falegname - bravissimo - da cui è partita l’idea, Lorenzo Bernasconi. Abbiamo realizzato cinque mobili in castagno massiccio, che crediamo rispecchino la tradizione ticinese, aggiungendo un accento contemporaneo. Si tratta di un tavolo, una panchina, una libreria, una madia e un servo-muto, lavorati a mano, curando e valorizzando le splendide caratteristiche di questo legno nostrano, il tutto reso possibile dalla stretta collaborazione tra artigiani e designer.

Nato come un’idea strettamente legata alla realizzazione di mobili e complementi d’arredo, Castagno18 però è evoluto fino a diventare un progetto molto più articolato e affascinante. 

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È vero, per creare una linea che fosse credibile e di qualità dovevamo conoscere tutto del castagno: dove cresce, come si lavora, le sue proprietà, i suoi utilizzi passati e presenti. Per questo abbiamo iniziato a studiare e a parlare con le persone del luogo, che ci hanno raccontato storie meravigliose e aneddoti, mostrandoci oggetti tramandati di generazione in generazione. Quella che doveva essere una semplice ricerca personale si è alla fine trasformata in un libro. Una raccolta di informazioni che testimonia quanto abbiano significato il castagno e i suoi frutti per la nostra cultura e il nostro territorio. Vorrei leggere una frase riportata all'inizio del libro che credo sintetizzi perfettamente il concetto, cito testualmente: «Quello che non voglio che scriviate nella vostra ricerca è che la castagna è il pane del povero. Che è il pane okay, ma che è del povero no, perché chi aveva castagne era ricco, non povero.»

Nel libro sono riportate fedelmente le parole delle persone intervistate. Non è quindi strano leggere stralci di testo in dialetto ticinese.

No, infatti. La lingua, così come la cultura di un territorio, è naturale che evolva. Ma bisogna conoscere da dove arriviamo per sapere dove stiamo andando; un concetto in cui credo molto e che ho applicato in primis a casa mia. Con mio padre ho ristrutturato una vecchia cascina nel nucleo di Vezio e abbiamo cercato di darle un sapore moderno, ma coerente. Nel corpo aggiunto alla parte preesistente ci sono i servizi e le scale. La facciata nord-est riprende come immagine quella originale senza aperture, ad eccezione di una feritoia per gestire la ventilazione del corpo scale, che incornicia inoltre il campanile della chiesa di Sassello. Le altre finestre di questo nuovo corpo sono inserite nel punto di congiunzione tra edificio nuovo e vecchio, generando lo stacco tra i due volumi. 

Il Canton Ticino è una Terra a cui devi tanto, sia dal punto di vista professionale, sia da quello personale. Possiamo quindi considerare la tua opera un modo per sdebitarti?

Il Ticino è il posto in cui sono nato e cresciuto: chiunque voglia bene ai propri luoghi spera di poter contribuire a renderli ancora più prosperi e felici. Vivere e lavorare qui, nei boschi e nella natura, è una scelta che faccio ogni giorno. Vorrei prendere di nuovo in prestito le parole di un altro personaggio che ho avuto il piacere di conoscere durante la stesura del libro: «Libero. Attaccato. Io sono libero ma sono attaccatissimo a qui. Per me il più libero è questo: uno che è libero è attaccato, non sei libero se non sei attaccato, capisci? Ai monti, io sono attaccato ai monti».

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Wanderful Take

Federico Rella è un giovane e un professionista molto talentuoso che ha scelto di coltivare la propria passione - che è anche il suo lavoro - in un territorio affascinante, ma pur sempre piccolo, come il nostro Ticino. Il grande insegnamento che traiamo da questa storia è semplice quanto prezioso: spesso abbiamo sotto mano tutto quello che ci serve per realizzarci pienamente nel lavoro come nella vita privata. È come se fossimo vittima di un pregiudizio al contrario: solo gli orizzonti sono belli, mentre tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi viene bistrattato e declassato, senza alcuna ragione. In Alto Malcantone come a New York sono due le cose che fanno la differenza: la passione e talento.

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