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Il segreto del Felice

Fabio Andina è uno scrittore ticinese emergente che con il suo “Pozza del Felice” è riuscito a imporsi come uno dei migliori talenti letterari svizzeri grazie a un romanzo semplice e profondo, che riguarda un arzillo novantenne ma che tocca tutti noi.

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Fabio Andina
Laureato in cinema a San Francisco e attualmente di casa tra Madonna del Piano e Leontica, nel cuore delle Alpi ticinesi svizzere, Fabio Andina ha iniziato la carriera da scrittore nel 2005 con Ballate dal Buio (Edizioni Olivo), ha poi pubblicato nel 2016 il romanzo Uscirne Fuori per poi affermarsi con La Pozza del Felice, pubblicato in tedesco da Rotpunktverlag di Zurigo e in francese - edizione in uscita - da Edition Zoé di Ginevra.


Il Ticino è terra di grandi risorse. Un territorio conosciuto per le sue bellezze naturalistiche, per la prolificità delle sue aziende e la qualità dei prodotti che propone. Il Ticino è terra di grandi risorse, sì, ma spesso viene sottovalutato dal punto di vista del talento artistico, e questo articolo ha l’obiettivo di rendergli giustizia: perché anche qui nascono e si impongono talenti formidabili che vengono riconosciuti nel resto della Confederazione e all’estero. È il caso di Fabio Andina, scrittore emergente molto promettente e autore di tre romanzi che hanno ottenuto premi prestigiosi e recensioni entusiastiche, la più recente delle quali ad opera del Neue Zürcher Zeitung.

La felicità è un tuffo nell’acqua ghiacciata

L’ultima sua opera si intitola “La pozza del Felice” ed è un libro che assomiglia molto a un inno alla vita. La vicenda si svolge sul fianco occidentale della valle di Blenio nella piccola frazione di Leontica. In quei posti meravigliosi e suggestivi vive il Felice, un giovane novantenne che ogni mattina, regolarmente, si reca alla pozza d’acqua che si trova a 45 minuti dal paese per immergervisi e rinascere con i primi raggi di sole dell’alba, in un rituale mistico e quasi liberatorio. O meglio, questo è quello che immaginiamo noi lettori, abituati a dare una mano di colore anche alle situazioni più semplici. Per il Felice recarsi alla gelida pozza sotto l’Alpe del Gualdo è semplicemente soddisfare un desiderio che non si sa da dove nasce, ma che in fondo non è importante scoprire.

Passeggiare con il Felice per le stradine piccole e strette dei paesini della Val di Blenio vuol dire affrontare un viaggio alla ricerca del sapore più puro della vita, fatto di piccoli momenti che scandiscono in modo puntuale le giornate, come la spinta alla sua Suzuki sgangherata con la batteria esaurita, o il saluto ai suoi vicini a cui porta gambi di bietole o funghi in cambio di un po’ di formaggio o di qualche uovo. Tornare all’essenza dell’esistenza, dove tra l’inizio e la fine - quando si diviene tutti compost, come ama sottolineare con lucido disincanto - c’è tutto il resto: c’è il Floro, dipinto come un “Gesù venuto male dal pennello di un pittore ubriaco”; c’è il Nathan, soprannominato Natel non certo per le sue doti comunicative; c’è la Giulia che indossa solo felpe di rock band. Ma c’è anche chi ha smesso di parlare per lamentarsi unicamente della morte prematura dei genitori, chi soffoca il dolore per la morte dei due bambini persi e chi un bambino lo aspetta ma lui non ne vuole sapere di uscire, come la Paolina.

La vita del Felice è la nostra, ma non lo sappiamo

Quello a cui assistiamo leggendo “La pozza del Felice” è uno splendido spettacolo teatrale di cui noi stessi facciamo parte in qualità di spettatori partecipanti, dove non c’è differenza tra palcoscenico e platea, perché le storie raccontate sono anche le nostre.

Quante volte ci siamo fermati per riflettere sul senso della vita, quante volte abbiamo provato a ridurlo ai minimi termini per prendere la giusta distanza dagli avvenimenti che turbano e disturbano le nostre giornate? Quante volte abbiamo sperato di poter scappare da situazioni che ci mettevano spalle al muro salvo poi farci travolgere e tornare a menar le braccia in modo scomposto nell’acqua per rimanere a galla? Ci siamo passati tutti e ci è passato il narratore, che fugge sui monti per ritrovare la tranquillità che in città era ormai impossibile ottenere. Noi tutti siamo il narratore e questa storia ce la raccontiamo - chi più chi meno, quotidianamente - nel segreto delle nostre coscienze.

Un romanzo che ha iniziato a camminare. E farà molta strada

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È questa sensibilità, questa voglia e capacità di coinvolgere tutti in un racconto quasi ancestrale che ha permesso a Fabio Andina di fare breccia prima nel cuore degli editori di Rubbettino, che hanno deciso di produrlo e pubblicarlo per primi, e poi nei membri delle commissioni che lo hanno giudicato meritevole dei premi “Terra Nova” della Fondazione Schiller e Gambrinus “Giuseppe Mazzotti”, che vanta tra gli illustri iridati nomi del calibro di Tiziano Terzani e Luis Sepúlveda.

Questa la motivazione per il prestigioso riconoscimento, un giudizio che di certo non può lasciare indifferenti:
“Libro raro di un’estrema semplicità che coinvolge il lettore nella vita semplice del protagonista: Felice, un vecchio che trascorre i suoi giorni immutati in una valle delle Alpi svizzere [...]. Il narratore è catturato dal fascino di quel mondo fuori dal tempo che riesce a trasmettere attraverso una prosa che nonostante appaia spoglia nella sua sobrietà riesce a mettere in piena luce i luoghi e le persone”.

Il Ticino che esporta cultura

“La pozza del Felice” è un libro “predestinato”. A fine marzo è uscita per la zurighese Rotpunktverlag, Edition Blau, l’edizione tedesca del libro tradotta da Karin Diemerling: “Tage mit Felice” che in poche settimane si è già piazzata al settimo posto dei libri più venduti in Svizzera ed è già stata prevista anche la pubblicazione in francese per Editions Zoé di Ginevra. La traduzione è stata affidata ad Anita Rochedy, celebre per aver lavorato sulle versioni francesi delle opere di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017 col romanzo “Le otto montagne” e autore che ha molti tratti in comune con Andina.

Aspettando la nuova opera che verrà pubblicata a ottobre ancora per l’editore Rubbettino, possiamo finalmente dirlo con certezza e con malcelato orgoglio: il Ticino è terra di grandi risorse, finalmente anche culturali.

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