Blog

Posizionare un sito su Google nel 2018

Posizionare-un-sito-su-Google-nel-2018.jpg
author

Emanuel Paglicci
Primo in Ticino ad aver introdotto HubSpot e la metodologia Inbound, 15 certificazioni acquisite. Contributor nel blog di SEMrush e Webintesta.it. Co-docente del corso: APF Specialista in Marketing (SMS School). Speaker e Autore del libro "I contatti servono se sai trasformarli in clienti ricorrenti" (Dario Flaccovio editore).

#SEO   #genera-nuovi-contatti  

Esistono dei trucchi speciali per posizionare ogni sito su Google? È davvero possibile posizionare di tutto? E come funziona il posizionamento su Google nel 2018? Cosa bisogna fare per scalare le posizioni e ottenere la tanto agognata prima pagina di Google. Lo abbiamo chiesto al nostro Senior SEO Specialist Pietro Soddu.

Cosa significa oggi posizionare su Google?

Il posizionamento oggi significa principalmente autorevolezza. Solo i siti autorevoli si posizionano. Ma naturalmente questa è una definizione molto astratta. In concreto quando parliamo di siti autorevoli, intendiamo siti che riescono – in forza dei loro contenuti – a conquistare traffico, essere condivisi, ingaggiare l’utente e tenerlo dentro il sito facendogli compiere delle azioni come condividere, commentare, navigare tra altri articoli. O nel caso degli e-commerce: completare la procedura di acquisto, sfogliare le categorie dei prodotti, informarsi.

Un sito autorevole non è solo un sito che ha traffico e che viene letto e che quindi viene trovato dagli utenti per la forza dei contenuti, ma è anche un sito che rispetta delle metriche. In passato si viveva quasi sempre di PageRank: avere un PageRank elevato significava avere un sito molto forte. Oggi Google non comunica più questo dato e quindi dobbiamo accontentarci delle metriche messe a disposizione da tool come Majestic, Moz, Semrush, Ahrefs. Esse ci restituiscono un punteggio basato sul “trust”, la fiducia del sito, la sua attendibilità desunta dal computo dei link in entrata, soprattutto di quelli autorevoli. Quindi, per concludere, un sito autorevole è un sito che ha grandi contenuti e ottimi link in entrata. I due aspetti sono spesso collegati tra di loro.

Che differenza reale c’è tra essere in prima pagina e non esserci?

Beh la differenza è enorme. In termini puramente numerici la prima pagina assorbe praticamente il 95% del traffico. All’interno della stessa prima pagina di Google ci sono molte differenze. La percentuale di click verso la prima posizione varia a seconda dell’impatto degli annunci pubblicitari di AdWords, ma sorprendentemente anche a seconda della query inserita. Il CTR (la percentuale di click rispetto alle impressions generate) è più alto del 5% in presenza di keyword molto specifiche. In parole povere: conviene sempre puntare sulla nicchia.

Le aziende che non sono presenti su Google, per gli utenti, non sono presenti nemmeno sul web. Gli utenti tendono a identificare Google con il web, il che anche se non è tecnicamente vero, è universalmente accettato. Inoltre essere “consigliati” da Google è una forma di pubblicità che non ha paragoni, considerando il rispetto e l’ammirazione di cui gode Google presso il pubblico.

Esistono dei trucchi per posizionarsi su Google nel 2018?

Trucchi SEO? Non direi. Esistono dei metodi che ricalcano una procedura molto complessa. Il dato che secondo me va sottolineato è questo: Google indicizza solo una minima parte del web. Il deep web non è nemmeno la fetta più grossa della rete nascosta agli utenti. La maggior parte dei siti non indicizzati sono siti di scarsa qualità, pieni di spam, virus, malware, che Google si rifiuta di indicizzare. Per cui siamo di fronte a webmaster e proprietari di siti che non seguono nemmeno le best practices fornite da Google nelle sue linee guida.

Quali sono queste raccomandazioni?

Anzitutto tenere il sito pulito da infezioni, controllandolo periodicamente. Se si avverte una sensibile perdita di traffico, siamo di fronte a una penalizzazione. La causa principale delle penalizzazioni è proprio l’infezione, dovuta al fatto che si usano strumenti obsoleti. In secondo luogo bisogna sempre scrivere buoni contenuti, originali, non presenti altrove. Terzo, è fondamentale ottimizzare il sito in ogni suo elemento, dai testi alle immagini, dalla velocità ai meta tag, dalla grafica per il mobile alla navigazione. Già compiendo queste operazioni basilari otteniamo l’indicizzazione. Ma per trasformare l’indicizzazione in posizionamento e quindi scalare la prima pagina di Google occorre altro. Occorre seguire un metodo fondato sull’autorevolezza.

Spiegamolo ai nostri lettori, il segreto per posizionare il sito web su Google

Il metodo che usiamo noi e che è stato ben spiegato da autorevoli esperti del settore come Brian Dean o Neil Patel e che io utilizzo da anni, con un certo successo, è basato tutto sull’unione di tre fattori:

  • Contenuti di valore
  • Un’ottimizzazione al 110%
  • Pochi link in entrata, ma buoni

Partiamo dall’inizio, cosa sono i contenuti di valore?

Sono contenuti in grado di generare traffico, originali, che l’utente condivide per la ricchezza delle informazioni. Sono quindi contenuti in grado di rispondere a una query, a una richiesta di informazione. Non sempre sono contenuti testuali. Ad esempio, nel caso di un sito interessato a posizionarsi su una keyword come “voli low cost”, il contenuto di valore non può essere testuale. Non ci si posiziona su quella keyword inserendo un lungo testo sull’importanza dei voli low cost o sulla loro convenienza. Ciò che fa la differenza ora, e si stenta a capirlo, con l’aggiornamento RankBrain di Google, è la natura della query. Nell’esempio preso, il contenuto di valore è un modulo che permette di prenotare e confrontare più voli.

Quindi il contenuto di valore non è per forza un testo

Assolutamente no. Prendete questo famoso articolo pubblicato da Buzzfeed, che ha fatto il giro del mondo. Dovendo mostrare in modo ironico le bellezze del nostro paese, l’autrice ha puntato sull’unico contenuto veramente apprezzabile dagli utenti, le foto di qualità. Che senso aveva scrivere che Verona è magica, che la Sardegna è selvaggia, che Firenze è romantica? Molto meglio mostrare le foto. E che foto!

Un contenuto di valore poi si avvicina a livelli di qualità eccelsa se punta sulla nicchia, su qualcosa di specifico. Oggi posizionare le home page dei siti non è più conveniente: troppo generiche, dispersive, non lasciano spazio a quella che io chiamo “l’elaborazione della query”. Va bene per i siti degli hotel, ma alla fine si ottimizza per una-due keyword. Meglio puntare su pagine specifiche, altamente ottimizzate, dedicate allo specifico argomento.

Quanto conta la ricerca delle parole chiavi?

Moltissimo, è fondamentale. Ma essa va fatta seguendo il principio del “clustering”, che è un’evoluzione del SEO a silos che per anni ho utilizzato. Il clustering è anche utilizzato da Hubspot, segno che è un buon strumento di elaborazione della query. La ricerca delle parole chiavi va fatta partendo dallo generico e arrivando allo specifico, individuando keyword sempre più correlate, le long tail keyword. Per fare ciò possiamo usare strumenti come Semrush, lo Strumento di pianificazione delle parole chiave di AdWords oppure Google Suggest o ancora le ricerche correlate di Google.

La vera domanda che dobbiamo porci quando analizziamo una parola chiave è: cosa intende veramente l’utente quando digita queste keyword su Google? Se l’utente digita: “palestra Lugano” sta cercando una palestra a Lugano e basta? Oppure è interessato anche a dimagrire, tornare in forma, allenarsi, migliorare la condizione mentale, la vita sociale? È elaborando la query che possiamo cogliere delle opportunità di traffico che una keyword troppo generica non offre.

E per ottimizzazione del sito al 110% cosa intendi?

Intendi un’ottimizzazione che non lascia nulla al caso. Primo compito da svolgere quando si decide di tentare la scalata di una keyword è verificare se il sito è in ordine. E in questo caso non c’è miglior strumento di Google Search Console. Si tratta di una vera e propria console di comando, con la quale possiamo “dialogare” con il motore di ricerca, che analizzando il nostro sito, ci fornisce delle preziose informazioni per ottimizzarlo.

Contrariamente a quanto si crede, Google è molto volenteroso nel voler aiutare i webmaster e i proprietari dei siti a non commettere errori ed indicizzare meglio le loro pagine. Non ci si può aspettare che Google riveli l’essenza del posizionamento, per il semplice motivo che in gioco ci sono diversi fattori, non ultimi quelli economici. Il punto è che Search Console ci dice tutto ciò che serve: errori nei meta-tag, errori nel crawling, presenza di malware e virus, provenienza di traffico da siti sospetti, quali parole chiave generano traffico reale e potenziale, in che posizione si trova il sito. Studiandolo a fondo si possono ottenere informazioni preziose per avere un sito ottimizzato al 110%. Un sito cioè dove si ottimizza ogni minimo aspetto.

Compresa la velocità del sito e l’ottimizzazione per i dispositivi mobile…

Per forza. Oggi questi due aspetti sono diventati decisivi. La maggior parte delle persone utilizza Google come applicazione. La connessione via smartphone è quella più diffusa e non sempre garantisce velocità degne di una fibra. Google inoltre è un motore di ricerca local, che predilige i risultati “in zona” quando si digita da una determinata località. Sta crescendo inoltre la ricerca vocale, vediamo un trend in aumento per il 2018, che va preso in considerazione dal momento che le ricerche vocali sono diverse dalle ricerche standard. Questo ci ricollega alla query e alle parole chiavi: un sito veloce, navigabile da mobile, in grado di rispondere a richieste di informazioni, anche geo-localizzate è senza dubbio un sito di qualità.

Quanto contano i backlink nel posizionamento su Google?

Contano parecchio, ma il loro impatto non va mai sopravvalutato. Fino all’avvento degli aggiornamenti Penguin, Hummingbird, Panda e RankBrain per posizionare un sito era sufficiente raccogliere backlink da fonti di scarso livello, facendo valere il principio della quantità sulla qualità. In fondo il PageRank si misura su una scala logaritmica, per cui la quantità può sopperire alla qualità, ma non è più così. Google soppesa e corregge il posizionamento mettendo in campo decine di fattori, forse centinaia, in costante aggiornamento.

Oggi va molto di moda il concetto di link earning, cioè di guadagno dei link attraverso la pubblicazione di buoni contenuti. L’esempio è quello di BuzzFeed: hanno scritto un grande articolo e noi lo stiamo linkando.

Ma si può realizzare una campagna di link building a supporto?

Certo, però vanno tenuti fermi questi punti a mio parere. Innanzitutto pubblicare link su siti di article marketing, comunicati stampa e altre fonti senza controllo editoriale, non porta alcun vantaggio. Men che meno iscrivere il sito a centinaia di directory, basti solo pensare che in questo 2017 ha chiuso i battenti la più gloriosa directory gratuita del web, Dmoz.

Un altro elemento da considerare è quello del link earning. Come lo leggo io? Con il fatto che ogni link deve essere guadagnato o apparire come tale. Se un sito pieno zeppo di contenuti privi di valore ottiene link in entrata è quantomeno sospetto. Se a riceverli è invece un sito che ha validi contenuti, in linea di massima non ci sono problemi. Un sito che non riceve traffico da Google perché mai dovrebbe incassare dei backlink? La strada dunque è questa: realizzare contenuti che ricevano traffico, elevare la qualità dei contenuti, sollecitare la condivisione degli stessi e quindi procedere alla campagna di link building, anche artificiale.

Ma i SEO specialist obiettano: come faccio a ricevere traffico se il sito non ha backlink?

Questo discorso poteva andare bene fino all’avvento di RankBrain, ma è solo una scusa: il metodo per ottenere traffico da zero c’è e si chiama “ottimizzare al 110% i siti e costruire grandi contenuti”. I fattori di posizionamento non risiedono solo nel computo dei backlink. Un sito si posiziona meglio se gli indicatori di attività degli utenti, all’interno del sito, sono rilevanti. Scarso bounce rate, tempi di permanenza significativi, aumento delle visite da Google con il nome del sito, aumento delle condivisioni e dell’interazione, un’ottima struttura di navigazione. Sono tutti segnali che il sito è autorevole, se ci sono, il sito migliora la sua performance su Google.

A me è capitato di posizionare siti con 4-5 link in entrata, in presenza di contenuti estremamente forti. Ovvio che l’analisi della query, di cui abbiamo parlato prima, è decisiva in questo frangente. L’ultimo report di Semrush sul posizionamento (Semrush Ranking Factors Study), uscito poche settimane fa, assegna più valore a fattori come: le visite dirette, il tempo trascorso sul sito, le pagine viste per sessione, un basso bounce rate. Solo dopo arrivano i backlink.

Ai nostri clienti ripetiamo spesso che il posizionamento è un mezzo, non è un fine. Fa parte di una strategia complessiva di inbound marketing. Che senso ha posizionarsi in prima pagina su Google, se poi quella keyword non porta traffico qualificato? Lo scopo di noi addetti ai lavori è quello di far crescere il traffico qualificato, basato su keyword vere, che suscitano un interesse commerciale verso il prodotto o servizio dell’azienda. È un lavoro creativo e capisco che possa stancare, ma non è più il tempo delle scorciatoie. Avere contenuti scarsi e mettersi a creare link a destra e a manca, porta dritti a un ricalcolo verso il basso oppure a una penalizzazione.