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Zen e l’arte dell’afrosurfnomia

Il fiume Aare non ha onde adatte al surf, ma compensa bene questa mancanza con la sua grazia. 

Un paio d’estati fa mi trovai a fluttuare pigramente sulle sue acque turchese pallido nei pressi di Berna in compagnia di un critico d’arte newyorkese, chiacchierando delle offese e degli insulti che si ricevono quando si scrive di persone ancora in vita. Mi raccontò di quando, camminando per Broadway, qualcuno di cui aveva scritto gli urlò “Sei un verme!”. “Tutto qui?” pensai. Poco dopo aver passato il Bärengraben, gli raccontai di quando fui denunciato per una storia pubblicata da Andy Davis.

Attualmente di casa a Durban – città portuale nell’Oceano Indiano – e noto editore, promoter musicale e imprenditore nell’abbigliamento, nel 2002 Andy era un neolaureato all’università di Cape Town, dove ebbe le possibilità di studiare con il Nobel per la Letteratura JM Coetzee. L’approccio particolarmente creativo di Andy al giornalismo richiese anche la partecipazione a un concorso di bellezza in slip leopardati. L’articolo che seguì gli assicurò un premio giornalistico nazionale e l’offerta di dirigere la rivista dedicata a giovani e lifestyle SL, una volta ritrasferitosi nella sua città natale, Johannesburg.

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Ai nuovi direttori piace sempre dare una sistemata all’arredamento; io ero uno dei nuovi cuscini portati in ufficio da Andy. Dopo pochi mesi, mentre lavoravo a una storia in Malawi, Andy mi mandò una email dicendo che la rivista era stata citata in giudizio. Gli dissi di smetterla con i suoi scherzi. “No amico, sono serio”, mi rispose. Così serio, infatti, che non aveva ancora informato l’editore. Avendo studiato legge, non giornalismo, gli consigliai di spegnere da noi l’incendio incontrando la persona che aveva sporto denuncia. “È stato come portare un barboncino in un combattimento illegale tra pitbull”, osservò Andy quando lasciammo lo studio dell’avvocato.

“Quindi avete perso?”, immaginò comprensibilmente il critico di New York mentre la mia storia terminava il fiume a disposizione. “No”, risposi, “finì rapidamente”. Mentre l’editore si infuriava, Andy si immerse nel suo libro nero. Un giovane amico avvocato suggerì ai molesti contendenti in quale grotta nascondersi. “Oh,” tirò su col naso il critico d’arte mentre si asciugava. “Suppongo che la rivista non ti abbia più chiamato”. Sbagliato di nuovo, signor Wolfe. Andy pagò la mia parcella e continuammo a lavorare assieme. Mi invitò pure al suo matrimonio.

Johannesburg non ha Alpi, ma solo montagnole di scarti minerari giallo-senape e un vasto crinale che assomiglia al dorso irto di un cane arrabbiato. Andy è cresciuto in una bella casa di pietra proprio su questo crinale, che divide la città più grande e ricca del Sudafrica a metà. In questa casa sposò anche la moglie zurighese Susie, in una veranda che guarda a nord verso l’interno dell’Africa. In realtà, essendo ebreo, il matrimonio venne formalmente celebrato in privato. La festa a cui presi parte fu solo per mostrare le capacità di canto di Andy. Letteralmente. A metà del baccanale nuziale, Andy – sostenuto dai Tidal Waves, una band reggae di cui fu per poco il Manager – dedicò una serenata a Susie.

Cosa abbiamo appreso finora? Che Andy è svizzero per matrimonio, che sa scrivere e cantare, e che per un momento la sua storia era rimasta bloccata nel semideserto di Johannesburg. Sarò più rapido. Dopo una furiosa lite con il suo editore, reo di aver rifiutato di mettere in copertina una modella nera, nel 2003 Andy lasciò il suo lavoro di direttore e tornò a Città del Capo. I novelli sposi si stabilirono quindi a Kommetjie, una remota località balneare distante da Città del Capo più o meno quanto Lucerna da Zurigo.

“Ho fatto una mappa mentale delle mie aspirazioni”, ricorda Andy. “3 cose: un festival musicale, un Magazine e un Brand legato al surf”. 

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Un decennio e mezzo dopo, Andy ha raggiunto tutti e tre gli obiettivi. È co-proprietario di Zigzag, la più antica rivista di surf del Sudafrica. È co-fondatore del festival musicale che si tiene ogni anno a Durban, Zakifo, arrivato alla quinta edizione. Ed è partner di Mami Wata, un virtuoso marchio di abbigliamento e accessori per il surf che – in controtendenza – viene prodotto in Sud Africa. Arrivare a questo punto, sposato con due figlie, vivendo a Durban, dove la sua uniforme di lavoro è fatta di infradito, pantaloncini e una maglietta, non era da dare per scontato.

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“Tornato a Città del Capo ho lavorato come Freelance, producendo contenuti editoriali per una banca locale, oltre che per grandi marchi internazionali come Levis e Red Bull”, dice Andy. Il suo legame con Red Bull è stato particolarmente influente. Surfista fin dall’adolescenza, il suo primo progetto con il marchio austriaco di bevande energetiche fu il Red Bull Big Wave Africa. “Mi ha dato una bella spinta nel surf, mi ha introdotto ai surfisti e mi ha mostrato come lavora un grande Brand”. Frequentò anche una Red Bull Music Academy, un festival e Workshop musicale itinerante. “Ho imparato molto su come funziona la Brand Communication”. Capì che poteva e doveva essere divertente.

La crisi mondiale del 2008 soffocò sul nascere la sua carriera da giornalista Corporate. Sempre a Kommetjie, Andy fondò quindi Mahala, una rivista principalmente online che realizzava saggi su “musica, cultura e realtà”. Destinato a un mercato giovanile, proponeva scrittori in erba dallo stile energico (alle volte odioso). “Quando funzionava, ha permesso agli scrittori di comunicare liberamente su argomenti importanti”. Le storie migliori di Mahala, dice Andy, avevano un’urgenza sociale: una coraggiosa serie sul consumo di droga a Durban, un’altra sul combattimento tradizionale coi bastoni a Città del Capo.

Mahala nacque durante il timido sviluppo dell’arte e della cultura sudafricana preannunciato dal film Tsotsi di Gavin Hood del 2005, che vinse l’Oscar nel 2006 per il miglior film in lingua straniera. Nella sua recensione del lungometraggio di fantascienza di Neill Blomkamp District Nine del 2009, Andy preannunciò: “Ora dovrebbe seguire un’età dell’oro del cinema sudafricano”. Non è successo. Mentre artisti d’esportazione come il rapper Spoek Mathambo e il gruppo hip hop Die Antwoord fiorivano all’estero, Mahala annaspava.

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“Non avevo esperienza”, ammette Andy. “L’editoria online è un mostro affamato. Abbiamo avuto grandi scrittori, ma pochissimo supporto dalla pubblicità. Abbiamo anche dato via tutto gratuitamente. Siamo passati da 10.000 a 20.000 utenti e poi da 50.000 a 80.000, credendo sempre che il successo fosse dietro l’angolo”. Non lo era. “Mahala è stato come un MBA di sei anni all’università delle batoste, dove si paga il doppio per i corsi. È stato doloroso chiuderlo”.

Disilluso da un giornalismo deperibile, Andy iniziò una ricerca su un libro. Nel 2013 si recò in Zimbabwe per fare una ricerca sul massacro di alcuni membri della sua famiglia allargata. Era l’apice della nevrotica presidenza del dittatore Robert Mugabe. Andy venne arrestato per aver fatto il giornalista senza permesso. Trascorse tre giorni in una prigione vicino a Bulawayo. “Era strano, divertente e terrificante, come giocare al gatto col topo”, ammette. Andy riuscì a sfuggire a una lunga prigionia dicendo al magistrato che possedeva un negozio di surf a Kommetjie.

Tornato a Città del Capo, si mise in contatto con un vecchio compagno di scuola, Will Marshall-Smith, un Venture Capitalist e surfista con una passione per le aziende del settore Media. Andy sussurrò alcune idee all’orecchio di Will. Lui Sorrise. I due comprarono Zigzag. Fondata nel 1976, la rivista ha sei dipendenti e pubblica otto numeri all’anno. “È una buona rivista con un pubblico di riferimento e degli investitori. È da 43 anni sulla cresta dell’onda”. Il mestiere che c’è dietro la realizzazione di un Magazine stampato è importante per Andy. “La conoscenza e la confidenza con la stampa si stanno esaurendo. Noi insegniamo ai giovani svezzati sui social media come colorare correttamente e utilizzare InDesign. Si tratta di un lavoro solido, di manodopera che paga uno stipendio. Devi lavorare sodo, ma non mi stanco mai di farlo”.

Come Zigzag, anche il suo festival musicale sta andando molto bene. Quest’anno Zakifo, che mette in primo piano il talento musicale africano, ha assoldato come Headliner Ben Harper, famosissimo cantante e cantautore americano. Il caso eccezionale nella sua cesta dei progetti è Mami Wata. Partnership a tre tra Andy, Nick Dutton e Peet Pienaar, il marchio di surf prende il nome da una divinità dell’acqua dell’Africa occidentale conosciuta come Mami Wata.

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“Il nostro obiettivo è essere il primo grande marchio africano di surf”, dice Andy. “ La fame per quello che stiamo facendo è immensa”.

Allo stato attuale, l’impronta del marchio è ancora piccola, con un solo punto vendita a Città del Capo e un negozio online per il pubblico internazionale. Mami Wata si è recentemente legata alla distribuzione all’ingrosso negli Stati Uniti. “Stiamo percorrendo la strada del Venture Capitalism per scalare rapidamente”. La forza del marchio poggia su tre pilastri: sostenere la produzione locale, accreditare l’Africa come destinazione per il surf e diffondere il Vangelo del surf ai bisognosi. Mami Wata sostiene Waves for Change, un’organizzazione di surf-terapia fondata a Città del Capo nel 2009 da Tim Conibear, che attraverso i suoi programmi e progetti coinvolge ogni giorno oltre 1000 bambini più sfortunati.

“Mami Wata è un bel cumulonembo di speranza”, dice Andy. 

Una volta semplicemente un buon pretesto per saltare i doveri da cronista alle prime armi, il surf si è trasformato in un vero e proprio stile di vita per Andy. “Sono diventato un surfista esistenzialista”, ammette. “Il surf rinvigorisce. Non si tocca mai il fondo. Se le condizioni sono buone, hai solo voglia di uscire là fuori. Se ho soldi da parte, so cosa farne: andare alle Hawaii, in Indonesia, in Madagascar. Non è come il golf”. Racconta di come durante un recente viaggio d’affari a New York abbia cavalcato un’onda sul suo Longboard, sotto gli aerei che atterrano al JFK. “E’ stato fantastico.”


Wanderful Take

La spiaggia è un luogo di inizio e fine. È dove quelle energie invisibili che soffiano sui mari e sugli oceani del mondo si trasformano e si traducono in un suono familiare, che può essere ascoltato ovunque nel mondo. Questo ciclo che si ripete, di onde che si formano all’infinito e che si infrangono rumorosamente in acque poco profonde, è un’idea democratica. Onora l’onda. È più che una fonte di piacere, ma racchiude la possibilità di un vero completamento. Cavalcare l’onda verso la realizzazione non è facile: richiede impegno e ripetizione. Iniziate con una piccola onda, ma non perdete mai di vista la vostra ambizione di dominare la grande onda della vita.

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